campra_cassiopea

Il segno ****** sostituisce nel testo il tuo nome, lettore.

Nel porto di Copenhagen, ******, c’è un bar che si chiama Cassiopea. Per effetto dell’amore – di quell’amore – all’epoca io ero immortale, ed ero solita comportarmi di conseguenza. Al Cassiopea, tra le altre cose, restavamo fin quando non compariva l’alba, a condividere storie di pescatori e altri bugiardi, ma soprattutto rapiti nell’esplorarci, nello scoprirci, nel rimescolarci. Per mangiare, invece, preferivamo un caffè più su lungo la stessa strada, l’Havfruens Hale, dove la cuoca era una sirena. Il porto di Copenhagen è pieno di sirene. Ti fanno smorfie dagli angoli bui dei canali o si affacciano per dire oscenità e farsi lanciare monete dai marinai. Quella del caffè mi detestava, credo. Mi metteva sempre nel piatto verdure amare, di sicuro era innamorata del mio compagno. Quando pensava che non la stessi guardando se lo mangiava con gli occhi, inclinava la testa e si passava la lingua sui denti appuntiti. Ad ogni modo, la sirena dell’Havfruens Hale aveva la fama di essere una cuoca straordinaria. Il Cassiopea, dal canto suo, era famoso per l’uomo che faceva i tatuaggi.

[…] dal primo capitolo de Le porte di Cassiopea, di Rosalba Campra.

«Ogni porta che si apre invita ad addentrarsi in un mondo nuovo, sconosciuto, meraviglioso. E qualcosa di simile accade con il romanzo di Rosalba Campra, una narrazione nella quale la protagonista si rivolge direttamente al lettore per raccontargli – senza un ordine cronologico prestabilito – alcuni ricordi che si vanno accumulando sotto l’influsso del fantastico e del misterioso. […] La parola come metodo di sopravvivenza, il tema dei doppi, la magia, il reale e l’onirico, si vanno mescolando in una storia che lascia inoltre emergere gli amori e le varie forme dell’esilio. […] A tratti, come lettrice, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una specie di Mille e una notte contemporanea» [Fernanda Pérez su “Espacio Literario”, supplemento culturale de “La Mañana”].

 

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