1385124_10201471044611034_1714701635_nCiao Enrico, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Parlaci di te, racconta ai nostri lettori qualcosa della tua vita, dei tuoi studi, dei tuoi hobby, della tua passione per la lettura.

Prima di tutto vorrei ringraziare Liberi di scrivere per l’intervista, è la prima e non nascondo di essere emozionato. Parlando di me. Mi sono laureato come tecnico della comunicazione audiovisiva e multimediale presso l’Università di lettere di Ferrara, per poi arrangiarmi lavorando come fattorino, operaio, lavapiatti, facchino ed in produzioni cinematografiche sia come runner che aiuto attrezzista per la scenografia. Dal 2008 al 15 Gennaio 2014 ho prestato servizio in una cooperativa come operatore sociale in un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Ora sono un neo-disoccupato.
Nel tempo libero, gioco a calcio, alleno i portieri di una fortissima squadra di calcetto composta da bambini provenienti da campi rom o occupazioni, e quelli dell’Atletico San Lorenzo, compagine militante in terza categoria, società totalmente finanziata dalle varie realtà del quartiere e dai propri soci. Sono un appassionato degli sport da combattimento, mi alleno nelle MMA.
Leggo parecchio. Non ho un genere preferito anche se ho un debole per la letteratura latino-americana, per autori come Osvaldo Soriano, Mario Benedetti, Julio Cortazar,Galeano, Bolano e molti altri. Diciamo che passo molto tempo immerso nelle storie altrui.

Pensavi da giovanissimo che avresti potuto fare della scrittura una professione? E’ questa la tua attuale aspirazione? Pensi che in Italia, nell’attuale congiuntura economica, un giovane possa guadagnarsi da vivere tramite la scrittura?

Da giovanissimo speravo di giocare nella Spal in serie A.
Da grande ho sempre lavorato in altri settori, non ho mai guadagnato molto con la scrittura.  Sinceramente, anche adesso, non riesco a concepirla come unica attività della mia vita. Certo mi piacerebbe riuscire a mantenermi con i romanzi e le sceneggiature, ma, sinceramente, rimane un sogno, un’illusione, forse un miraggio, come quello di difendere la porta della mia squadra del cuore nella massima divisione italiana.

Casilina Ultima fermata è il tuo quarto romanzo. Sei già l’autore di Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo(con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo (con Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara). Come è nato questo romanzo?

Considero Casilina Ultima fermata il mio romanzo d’esordio.
Palude è una raccolta di racconti,  Eri tutto lungo e La ballata del Tocororo sono lavori che ho condiviso con altre persone. 
Casilina Ultima fermata è nato dall’esigenza di raccontare una storia che ho raccolto per il quartiere, al Pigneto. Sono partito da un aneddoto e su quello ho costruito l’apparato narrativo che regge il romanzo. C’è molta realtà in quello che descrivo, personaggi, situazioni, colori, ho voluto rendere visibile una Roma che non è la solita Roma patinata da cartolina. Questa città ha seri problemi, nel libro se ne parla, ma non sono io, scrittore demiurgo, a proporre soluzioni, a dettar condizioni, a professare, ho lasciato spazio, campo libero, ai personaggi stessi, sono loro che si esprimono, che vivono, che combattono contro il degrado, che spacciano, che ammazzano o amano. Il romanzo, quindi, nasce dall’idea di raccontare un anfratto di questa megalopoli, ma con l’idea che siano sempre i protagonisti della storia a farlo, non io.
Se venite da queste parti, sono sicuro che riconoscerete quel vasto assortimento umano che popola le pagine del romanzo. Ritroverete i personaggi, forse in una battuta, in un gesto, in un lamento o in un’immagine. Questo poi dipenderà da voi.

Originariamente si doveva intitolare Occhi, poi avete sceltoCasilina Ultima Fermata. Un omaggio a Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr?

Il titolo Occhi piaceva solo a me. Mi son battuto per mantenerlo, ma ho perso. Dalla Ponte Sisto mi han detto che avrebbero preferito qualcosa di più cupo, legato al territorio, che fosse più funzionale e legato al genere.
Adesso posso dire che la scelta di Casilina Ultima fermata sia stata assolutamente vincente perchè,  il richiamo alla via consolare crea aspettative, c’è curiosità, senso d’appartenenza.
Ultima fermata a Brooklyn di  Hubert Selby Jr è un libro molto bello, ma non posso dire che il titolo venga dall’intenzione di omaggiare lo scrittore statunitense.

Edito da pochi mesi da un piccolo editore romano la Ponte Sisto, che comunque ha in catalogo autori come Vincenzo Ostuni, Casilina Ultima fermata ti ha dato comunque molte soddisfazioni. E’ già in ristampa. Un piccolo successo per un autore ai suoi esordi. Una piccola rivincita su quelli che ti dicevano scrivi opere più commerciali?

In due mesi abbiamo venduto più di seicento copie e, a detta di tutti, pare che sia un ottimo risultato per un esordiente. Inoltre mi sembra che l’ingranaggio stia ancora girando e che il libro continui a destare interesse quindi, spero vivamente, che continui ad essere letto. Certo, sono molto soddisfatto. Sono felice che la storia che ho raccontato stia piacendo, a volte mi arrivano messaggi di amici insonni che mi maledicono perchè non riescono a staccarsi dalle pagine. Per me è questa la gratificazione maggiore. Da un senso a quello che ho fatto ed è uno stimolo per continuare.
Per questo motivo non vivo questo momento come una rivincita, perchè sto scrivendo altro, perchè il mio stile, la mia voglia di raccontare prescinde da indicazioni esterne, dalla rigidità di un genere o di un pubblico. Io, adesso, mi sento libero e sereno. In Italia ci sono case editrici, di piccole e medie dimensioni, che propongono opere non commerciali di ottimo livello, io penso a loro.
C’è un mondo di professionisti che opera nell’editoria “minore” che ha voglia di fare, che pubblica storie ed autori interessanti e c’è anche un gran numero di librai coraggiosi che le supportano e le tengono in vita. Penso che la curiosità del lettore, che la voglia di scoprire qualcosa di diverso, di vivo sia l’alternativa alla grande distribuzione. Ed io, forse ingenuamente, ci credo.

La vera difficoltà che un autore incontra, quando vuole far conoscere la sua opera, è la mancanza di spazi dove fare presentazioni, la difficoltà nel trovare canali che promuovano il suo lavoro. Il tempo in libreria, in cui un libro è segnato come novità, è sempre più breve. Non tutti vanno in radio, in televisione, sui giornali. E molti autori di nicchia, con opere anche veramente valide e originali restano nell’ombra. Come pensi di ovviare a questa situazione stagnante dell’editoria italiana?

Ho fatto parecchie presentazioni in questi due mesi, quasi tutte in spazi occupati, manifestazioni alternative, centri sociali, librerie di quartiere. Sono stato molto fortunato perchè ovunque ho incontrato persone disponibili che non solo hanno organizzato un bel evento, ma hanno anche proposto il libro ad altri. Sono così entrato in un giro che mi ha permesso di portarlo in contesti nuovi e stimolanti. Ovvio la presenza fisica dell’opera nelle librerie è fondamentale per arrivare ad un pubblico più eterogeneo e composito, ma penso che sia altrettanto importante costruirsi un pubblico che ti segue con interesse. Per chi non ha i mezzi per affrontare interviste in Tv o alla radio o per arrivare ai quotidiani, il passa parola dei propri lettori è fondamentale e a, a volte, può fare miracoli.
Come dicevo prima, le piccole case editrici si danno da fare, organizzano manifestazioni, fiere, si ritrovano e pubblicizzano i loro prodotti. C’è la volontà comune e condivisa di emergere da questa situazione.
Io nel mio piccolo porto in giro il mio lavoro con molto entusiasmo e cerco di fare più presentazioni possibili.

Parliamo ora del romanzo. Una storia semplice, ambientata a Roma, una sorta di noir metropolitano, ma ricco di umanità, di personaggi che una volta avremmo potuto definire gente comune. Parlaci di Franco e Roy.

Sia Roy che Franco sono due personaggi reali.
Franco, il Grigio, è un delinquente di borgata che, appena uscito di galera per aver massacrato di botte una cassiera durante una rapina, cerca una nuova identità, di ricostruirsi una vita. Una volta fuori, però, trova il suo quartiere, la sua dimensione familiare, il suo quotidiano completamente stravolti e viene inghiottito in una dimensione parallela. Inevitabilmente deve costruirsi una nuova identità, darsi obbiettivi, e combattere.
Si muove tra realtà ed irrealtà, visioni pseudo religiose, ricordi, allucinazioni, sino al finale, sino al gesto estremo. Che ovviamente non racconto.
La storia di Roy invece è più dolce, più rassicurante e mi è servita per bilanciare, o forse per rimediare, all’esistenza di Franco. Infatti all’inizio, quando raccolsi la storia del Grigio, iniziai a scrivere solo di lui, era l’unico protagonista. M’addentrai nella sua follia con troppa disinvoltura e, inevitabilmente, rimasi intrappolato.
Per mesi non scrissi nulla, finché non incontrai il vero Roy Van Persie e come per magia mi sbloccai. Lui divenne il pretesto, la chiave di svolta.
Così lo gettai nelle pagine del romanzo e riuscii a terminare il lavoro in pochi mesi.
Roy Van Persie è un olandese innamorato dell’Italia, che ogni anno utilizza le due settimane di ferie per aiutare associazioni di volontariato che recuperano cani randagi. Ogni estate una città diversa, una nuova missione. Sotto al sole dei primi giorni di Agosto carica il suo furgone, lo riempie di materiale, poi si mette comodo e parte. Cosa gli succederà a Roma? Ovviamente, anche questo, non lo voglio svelare.

E’ un romanzo profondamente romano anche se tu sei un romano d’azione. Come hai costruito la tua Roma, con vie, piazze, quartieri, accenni dialettali?

Ho costruito la mia Roma, passeggiando, stando molto per strada, lavorando, prendendo i trasporti pubblici, fermandomi nei bar, facendo nottate nei locali, conoscendo i personaggi più svariati.
A molti romani è piaciuta questa frase:“Sai qual è la verità? La verità è che non è cambiato niente. Tutti a dire questo è peggio, che una volta era meglio, che le cose funzionavano. Che si stava meglio quando si stava peggio. Non è vero. Credimi. Questa città è sempre uguale e sarà sempre uguale, e sai perché? Perché non sono i romani che fanno Roma. È Roma a fare i romani. E ti posso dire una cosa: Roma i romani li tiene per le palle”
Ecco, posso, dire che sia successa la stessa cosa anche a me, che sia stata la città a fare tutto, ad aiutarmi a costruire personaggi, dialoghi, situazioni, io semplicemente, ho ascoltato, visto e trascritto.
E mi piace farlo, perchè è come vivere più vite, aprirsi altre prospettive,e inevitabilmente essere più liberi.

Grazie Enrico della tua disponibilità, l’intervista è finita, nel salutarti mi piacerebbe chiederti se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro.

Anche se non ho fretta diciamo che il primo obbiettivo e trovare a breve un altro lavoro.
Per quanto riguarda Enrico e la scrittura, sto lavorando ad un romanzo nuovo, ho già scritto parecchie pagine, e posso dire che mi sta piacendo e divertendo moltissimo. Sempre storia romana, gran ritmo, personaggi spassosi e molti colpi di scena. Il tema principale è il pregiudizio, la domanda ricorrente “ fino a che punto ti spingeresti per avere potere?”
Inoltre ho avuto un paio di contatti da produttori cinematografici per la trasposizione di Casilina. Ultima fermata. Non ho ancora firmato nulla. Non nego che quando mi rilasso e magari chiudo gli occhi per fantasticare un poco, me li vedo, Franco e Roy, sul grande schermo, che si sfiorano e combattono la loro battaglia. Sarebbe un gran bel film. Ma non dipende solo da me. [da Liberi di Scrivere]

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