Vicino alla fermata di Kabataş, la Moschea Dolmabahçe si affaccia direttamente sul Bosforo. Quando sono entrata la prima volta lo stupore si è fermato sui vetri da cui si vedeva solo l’azzurro del mare. Non riuscivo a riprenderlo, restava lì, sulla finestra, senza appannarla, danzando intorno alla luce del primo mattino.

Francesca Pacini è una viaggiatrice, lo si intuisce dalla sua biografia che inizia con un “Che ci faccio qui?”, citazione di Bruce Chatwin. Prima Cambridge, poi la California per proseguire con l’Europa, tanta Europa: in viaggio da sola, alla continua ricerca di qualcosa, quasi a sfuggire dall’irrequietezza che neanche la grandezza di Roma riesce a tenere a bada.
E poi è arrivata lei, Istanbul, quella città che ha saputo attirarla sempre più al punto che è diventato impossibile non raccontarla, non imprimere su carta quelle emozioni che riesce a dare una città divisa e mischiata tra Oriente e Occidente. È da questa “corrispondenza d’amorosi sensi” che è nato La mia Istanbul.

la mia istanbul francesca pacini Francesca Pacini | La mia IstanbulNon ho mai visitato la “porta d’Oriente”, ne ho sempre sentito parlare nei racconti di viaggio con gli occhi luminosi  di entusiasmo di chi ci è stato e, ultimamente, per gli scontri di Piazza Taksim. Quelli che non si potevano non raccontare e che sono stati inseriti in tempo alla fine del libro, capitolo indispensabile per capire quanto sta succedendo, ma anche per comprendere la vera essenza di questa megalopoli. Tutta colpa di un albero a Gezi Park che ha alimentato una scintilla latente accesa negli ultimi anni di islamizzazione forzata.

Le due anime di Istanbul nella storia hanno saputo amalgamarsi e sono sopravvissute facendo in modo che, per le strade, ci si possa imbattere in donne atee truccate e vestite alla moda con in mano un cocktail alcolico come fossero in una qualsiasi capitale europea, ma anche in splendide musulmane che indossano con disinvoltura quel velo che noi occidentali, a volte, vediamo come una costrizione. Ma il fine del viaggio è proprio questo: vivere e osservare il paese straniero per comprendere ciò che, da casa, non riusciamo a concepire. L’autrice stessa si sofferma spesso sulla condizione della donna e sul disagio che ha provato ritrovandosi a passeggiare per le strade da sola, da donna straniera sola. E quando incontra Ishak, l’imam della Moschea Blu, cerca di trovare una risposta a quel passo del Corano che sembra voler imporre la supremazia dell’uomo sulla donna.

Non è proprio così e, come in tutte le religioni, sono gli estremismi a causare i problemi. Neanche le spiegazioni dell’imam riescono a risolvere il dubbio di Francesca su quelle parole del Corano, ma è osservando le donne orgogliose di indossare l’hijab (il velo che copre solo la testa) e vivendo insieme a loro l’esperienza della preghiera separata dagli uomini, che capisce che la dignità è anche una questione di punti di vista. Non è forse meno dignitoso mettere costantemente in mostra il proprio corpo?

Nell’immaginario di molti occidentali l’imam è un uomo barbuto dalla vita impegnata in continui complotti contro gli infedeli, cospirazioni tessute all’ombra di moschee in cui si decidono le azioni del terrorismo. Guardo Ishak e sorrido. Nessuna immagine può essere più lontana di questa.

A Istanbul non è questione di Islam, è questione di un governo restrittivo. Quello che è successo a Gezi Park è stata prima la resistenza, poi la lotta contro l’estremismo di Erdoğan, portata avanti da persone normali, giovani e anziani poi ritratti dal governo come violenti saccheggiatori. Sembrava una festa e così è stata finché la polizia non è riuscita, con ogni mezzo, a sfondare il muro della protesta. Non è questa la Istanbul che avrei voluto conoscere, non è così che avrei voluto scoprire l’esistenza di Gezi Park, non è con l’immagine in cui lancia pietre alla polizia che avrei voluto vedere la foto di una tipica anziana turca.

Avrei preferito leggere di meravigliose moschee affacciate sul Bosforo, accompagnate dall’immagine di un mare azzurro e dal suono della voce del muezzin che invita alla preghiera al grido di Allahu Akbar; avrei voluto conoscere le risposte di un imam alle sfacciate domande di una donna occidentale; avrei voluto scoprire cos’è la vera danza dei sufi (non quella finta propinata ai turisti); avrei voluto immaginare di farmi prendere per mano da una massaggiatrice in un hamam avvolta nei fumi del vapore; avrei voluto sapere di più dei bambini, quelli che si nascondono fra le carcasse di automobili e giocano in strada, come si faceva una volta, quelli che gioiscono davanti alla viaggiatrice con la macchina fotografica, quei bambini curdi che sorridono nonostante, fra non molto, la loro casa verrà spazzata via dalla ruspe, sempre loro.

Ho spento la televisione, chiuso Facebook e Twitter, ho aperto il libro di Francesca Pacini e trovato quello che cercavo.

di Silvia Biglino

Francesca Pacini, La mia Istanbul, Edizioni Ponte Sisto, 2013

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