Ci sono molti buoni motivi per parlare di Cesare Zavattini. Magari per levare un po’ di polvere e rimettere un riflettore non sempre acceso sul suo talento fuori dal clamore delle prime file in libreria. Anche qui da noi, memori della sua storica collaborazione con Paese Sera in una delle sue geniali rubriche che ci ricordano il suo estro infinito, Telegrammi. Un altro motivo ci è offerto dall’uscita di “Za l’immortale. Centodieci anni di Cesare Zavattini” (Ponte Sisto) che si deve ad una delle maggiori esperte di questo artista sospeso tra letteratura, cinema, giornalismo e pittura. Universi che il libro della docente di letteratura italiana Silvana Cirillo ci restituisce nella sua completezza.

Ma dove cercare le tracce romane di questo poliedrico inventore di storie nato a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, nel 1902 e nella nostra città per anni? Nella toponomastica, intanto. Dalle parti di via della Bufalotta, a Talenti dove il Comune ha trovato il modo di eternarlo proprio vicino a questa specie di icona-serbatoio che da bambino chiamavo con incontrovertibile fantasia visiva “il martello”. È proprio qui che la nostra città ha dato a Za l’eco del suo nome. Discostandosi, ma non poi troppo, dalla sua casa-studio di via Sant’Angela Merici (il civico se non m’inganno doveva essere il 14). In quella casa che ha visto passare tutti i più grandi artisti del tempo, sotto la sua galleria di mini-quadri che raccoglieva a parete.

Zavattini potrebbe essere ricordato solo per la sua fruttuosa e felice parentesi di scrittura cinematografica neorealista. Quella che lo ha visto gomito a gomito con Vittorio De Sica a rappresentare la stagione d’ori internazionali delle pellicole che il mondo ci ha invidiato e che continua a rappresentare per molti gusti stranieri il meglio che l’Italia può dare in sala. Film come “Ladri di biciclette” che coincidono con una Roma colma di dolore e di indigenza (quella di piazza Vittorio dove il protagonista cerca di recuperare la sua due ruote sottrattagli) dove pure il tocco lieve della fiaba non abbandona mai la fantasia di scrittura di Za. Quella più allegra e surreale delle sue brevi prose. Così, se anche rivediamo quei film con una stretta al cuore, non possiamo non credere che sotto un cielo cupo, quasi nordico, un raggio di sole può illuminare la strada di chi è povero ed emarginato. Una scoperta quanto mai, purtroppo, attuale e utile.

 

di Roberto Carvelli
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