Pensieri su morte e immortalità, di cui il poemetto Versi sulla morte è parte, venne pubblicato anonimo, nel 1830, a cura di “uno dei suoi amici”. Sembra non si trattasse di un escamotage, allora normale, per evitare conseguenze negative all’autore. Più tardi, infatti, Feuerbach in un lettera privata avvertì per l’appunto il proprio corrispondente che quel testo era stato pubblicato da altri e non da lui, arrivando a dire che, nella forma da esso ricevuta nella stampa, non poteva riconoscerlo come suo, in quanto era stato deformato non solo “dai soliti errori di uno scrittore giovane, ma anche per soprammercato da aggiunte estranee”. Il curatore vi aveva curiosamente aggiunto una decina di suoi epigrammi senza indicarne la diversa paternità e inoltre aveva dato alla materia una disposizione priva di logica.

Al momento di questa sua prima pubblicazione forzata Feuerbach, ventiseienne (essendo nato a Landshut in Baviera nel 1804), era un “docente privato” dell’Università di Erlangen, dove un paio d’anni prima aveva ricevuto la laurea in filosofia e anche l’abilitazione all’insegnamento. L’uscita dei Pensieri tuttavia troncò, per il giovane intellettuale, ogni speranza di intraprendere una vera e propria carriera accademica. Egli, negando spasmodicamente di essere l’autore di quel libro, tentò varie volte per alcuni anni di ottenere accesso all’università, ma glielo impedì sempre lo scandalo suscitato dal libro con i suoi ragionamenti e i suoi epigrammi.

E lo scandalo era stato grande, tanto che venne immediatamente sequestrato in tutto il Regno di Baviera. Oltre all’avversione degli ambienti intellettuali cittadini nei suoi confronti, aveva agito contro il libro la tensione politica indotta anche in Germania, sebbene indirettamente, dai moti parigini del luglio 1830.

D’altronde era più che ovvia tale reazione da parte di una cittadina di circa diecimila abitanti, con una piccola università di circa duecento studenti, lasciata in piedi – dopo l’annessione della Franconia al cattolico Regno di Baviera – come enclave protestante allo specifico scopo di formare i quadri intellettuali, i pastori, della minoranza luterana. Un ambiente ristretto dunque, e per di più isterilito dalle beghe fra pietisti e razionalisti, un ambiente palesemente poco adatto allo spirito innovatore con cui Feuerbach, dopo aver seguito a Berlino per un biennio le lezioni di Hegel, vi era approdato nel 1826, costretto a tale scelta culturalmente mediocre dal rifiuto di finanziargli gli studi, oppostogli dal padre. Il padre, Paul Johann Anselm von Feuerbach, importante magistrato (fu presidente di corte d’appello) del Regno di Baviera, aveva battezzato con il rito cattolico il figlio Ludwig, ma fornendogli poi una educazione rigorosamente luterana, tanto che questi, verso i 15 anni, aveva deciso di diventare teologo. Ludwig in effetti nel 1823, a 19 anni, aveva intrapreso gli studi di teologia a Heidelberg, trasferendosi quindi nel 1824 a Berlino, dove però aveva cambiato orientamento nel 1825, decidendo di laurearsi in filosofia. Il padre aveva reagito lasciandolo libero di seguire quella via, ma a proprie spese.

Ecco quindi che egli si laurea nel 1828 a Erlangen con una tesi d’ispirazione hegeliana, intitolata De infinitate, unitate atque communitate rationis (Dell’infinità, unità nonché generalità della ragione), che pochi mesi dopo, risistemata ai nuovi fini e col titolo cambiato in De ratione, una, universali, infinita (Della ragione, una, universale, infinita), usa come dissertazione di dottorato per acquisire, come abbiamo già detto, la libera docenza.

Questa dissertazione viene da lui inviata il 22 novembre 1828 a Hegel con una lettera (che non riceverà risposta) nella quale sostiene che occorre distruggere “il modo in cui fino ad oggi le concezioni del mondo hanno visto il tempo, la morte, l’aldiquà, l’aldilà, l’io, l’individuo… Dio ecc.“. Un proposito evidentemente incompatibile con le idee dominanti all’Università di Erlangen, ma che ispira un po’ tutti i Pensieri su morte e immortalità, dove tra l’altro troviamo sottolineato che occorreva “superare il vecchio dissidio fra aldiquà e aldilà, affinché l’umanità si concentri con tutta l’anima, con tutto il cuore su se stessa, sul suo mondo e sul suo presente“. Somiglianze d’impostazione e affinità tematiche che hanno indotto taluni studiosi a datare la stesura dei Pensieri nello stesso pe-riodo in cui Feuerbach lavorava alla tesi.

Il punto appare rilevante, ai nostri fini, perché ci darebbe un avvio di spiegazione per il tono irriverente, talora ridanciano, insomma qua e là addirittura goliardico, che si riscontra nella parte in versi dell’opera. Non soltanto in talune punte altrimenti incomprensibili dei Versi sulla morte che qui pubblichiamo, ma più diffusamente negli epigrammi, che non del tutto a torto verranno giudicati da un critico, nel 1910, per la maggior parte “distici non buoni“, infarciti di “versicoli triviali che, in attacchi smodatamente spavaldi, talora persino volgari, hanno fatto quanto era umanamente possibile contro il cristianesimo, il pietismo, il razionalismo“, palesemente in polemica con la situazione di Erlangen.

A solo titolo d’esempio possiamo tradurre, più o meno a caso, un epigramma intitolato I pietisti:

Sapete! I pietisti non sono altro che i nauseabondi vermi in cui alla fine si è disintegrato il corpo in decomposizione di Pietro.

Oppure il distico intitolato Proprio così, solo tutto diverso:

Come possono dunque i pietisti generare bambini? Ah! Da loro è lo Spirito Santo che ingravida la donna.

Naturalmente questi scorrono accanto a una maggioranza di epigrammi di migliore livello intellettuale, seppure di scarsa qualità poetica. Per esempio La ragione dei razionalisti:

Quel che essi chiamano ragione è soltanto esalazione bloccata / del concime economico della filosofia kantiana.

Ma sarà lo stesso Feuerbach a riconoscere – nel 1836, in una lettera (non spedita) al rettore dell’Università di Erlangen – che la “parte polemica dello scritto, perlopiù compilata in brutti versi“, diretti “contro un orientamento invalso negli ultimi tempi, che viene indicato ora come pietismo ora… come misticismo“, “esprime la più appassionata indignazione, lo scherno più sfrenato e merita effettivamente sul piano formale il rimprovero” che, invece, non è giusto rivolgere a quella che Feuerbach definisce la “parte dimostrativa” dei Pensieri, cioè l’intera trattazione.

Ed è utile leggere la sua descrizione del contenuto di questa:

l contenuto della parte dimostrativa non è in sostanza altro che questo: l’individuo umano determinato, essendo delimitato sotto ogni rispetto, è necessariamente un individuo delimitato anche per quanto riguarda la sua durata, è finito, quindi mortale”. I teologi “di un certo partito” possono bensì screditare questa veduta come atea, irreligiosa, ma in verità “l’autore meriterebbe il rimprovero di irreligiosità solo se dalle sue vedute traesse questa conclusione: allora tutto è nulla, allora edite, bibete. L’autore invece dà alla morte un significato spirituale, etico”. In ogni caso, aggiunge Feuerbach sferzante, – come è più proprio alla sua penna, – quando si pensa e si ricerca “non è questione se qualcosa sia religioso o irreligioso, ma se qualcosa sia vero o falso, fondato o infondato. Se lo spirito umano si fosse fatto arrestare o spaventare da ciò che in tempi diversi è stato definito irreligioso o ateo, noi ancora oggi saremmo dentro la rozzezza e l’ignoranza animale. Persino l’uso di mangiare in maniera degna dell’uomo, non con le nude mani, ma con la forchetta, venne al suo apparire dichiarato eretico, una innovazione  atea.

Feuerbach dunque nel 1836 non considerava affatto superata né tantomeno priva di valore quest’opera giovanile. Anzi, continuò sempre a sottolinearne l’importanza, tanto da inserirla nella raccolta delle sue opere che nel 1847 verrà pubblicata dall’editore Wiegand. E ci teneva tanto che, prima di ripubblicarla, corresse gli errori editoriali (in particolare collocò il poemetto Versi sulla morte alla fine della trattazione saggistica e davanti agli epigrammi, ora detti “Distici satirico-teologici“, mentre nella prima edizione era stato inopinatamente collocato, senza passaggi, all’interno del testo in prosa), abbreviò il testo (da 231 a 148 pagine), cambiò i titoli dei capitoli e tolse i due motti che aprivano il volume e che erano stati presi, uno dal Prometeo di Goethe (“Poiché ero un fanciullo Non sapevo come cavarmela, / Voltai gli occhi smarriti Al sole, come se lassù ci fosse Un orecchio che ascoltasse il mio lamento, / Un cuore come il mio Che avesse pietà di chi è in angustie“), l’altro da una lettera di Federico II di Prussia a Voltaire (“Tra i greci e i romani la filosofia poté fiorire perché la religione pagana non aveva dogmi; qui da noi invece questi rovinano tutto. Gli scrittori sono costretti a mettersi al lavoro con cautela, per cui viene fatta violenza alla verità. La ciurmaglia pretesta vendica la minima violazione dell’ortodossia; non si osa mostrare la verità priva di veli“).

La precedente prefazione dell’editore, ora divenuta inutile, venne sostituita con un cocktail di citazioni tratte dal satirico illuminista tedesco Georg Christoph Lichtenberg, vissuto dal 1742 al 1799, cocktail a sua volta intitolato prefazione, che terminava con la seguente sentenza: “Alla venerazione spesso avventata per le vecchie leggi, i vecchi costumi e la vecchia religione si deve tutto il male che accade nel mondo“.

Venne tolta anche l'”Umile preghiera al sapientissimo e onorevolissimo colto pubblico affinché riceva la morte nell’Accademia delle Scienze“. La traduciamo qui, a ribadire la posa, se non goliardica, almeno salottiera, da gioco di società, che sembra qualificare in origine le parti in versi del libro:

O Signori colti e sapienti

Io la morte Vi reco qua

Affinché abbia nei vostri ambienti

Di dottore la dignità.

Non indegno allora direte

Che a consiglio con Voi lei sieda,

Ora dunque udite e saprete

Quale scienza la morte possieda.

Non c’è medico sulla terra

Che come lei azzecchi la cura;

Qualunque malanno Vi afferra,

Guarisce a fondo la natura.

di Alberto Scarponi (dall’introduzione a Versi sulla morte)

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