30 maggio 1983, presentazione di “Passaggi” di Igor Patruno al Teatro dell’Orologio (nella foto da sinistra: Igor Patruno, Aldo Rosselli, Marco Papa, Beppe Sebaste)

Di seguito la recensione di Passaggi di Igor Patruno, scritta da Aldo Rosselli nel 1983, quando il romanzo venne pubblicato dalla casa editrice AeliaLaelia di Reggio Emilia.

Dopo le eccitazioni della neo-avanguardia e del neo-sperimentalismo, e la cosiddetta restaurazione degli anni Settanta, il romanzo italiano, in occasione degli inizi degli anni Ottanta era decisamente stato fatto sdraiare su un lettino ospedaliero per tutte le analisi del caso. I medici, dai critici a tutti gli altri faccendieri che s’affollano intorno ai casi che promettono di essere illustri, hanno emesso verdetti follemente (ma anche burocraticamente) divergenti: per alcuni il malato era già morto, per altri agonizzante e per altri ancora soltanto stabilmente grave.

Soltanto pochi, tra cui sono stato anch’io, furono invece ottimisti, e trovarono scandaloso il fatto che il romanzo fosse stato trasformato in degente. Anzi, a dire il vero, ci furono in quei primi tempi del nuovo decennio delle proiezioni ottimistiche, in previsione di un dissiparsi della restaurazione e di una nuova capacità di affrontare le tematiche reali della polimorfica società italiana con linguaggi, plots e strutture adeguate a graffiare all’interno e nei risvolti più nascosti e cruenti di ciò che cominciavamo ad ammettere, volenti o nolenti, che fosse il mondo che ci fasciava.

L’ottimismo è stato, bisogna ammetterlo, in massima parte smentito. Ciò che è avvenuto, in questi due o tre anni, è stato un innegabile aumento d’astuzia (profes­sionalità?) da parte di una fascia elitaria di romanzieri che, anche secondo i racconti critici di un Ferretti o di un Guglielmi, hanno mirato a una quasi matematica convergenza col gusto di un più smaliziato ma anche stanco pubblico di lettori, prosciugando la narrazione e giungendo a una allusiva oggettività a metà tra l’antico bellettrismo, corretto da iniezioni di semiotica, e il cinismo kitsch della confezione di un prodotto da industria culturale aggiornata.

Invito alla presentazione di “Passaggi” di Igor Patruno del 30 maggio 1983 al Teatro dell’Orologio

Fluidomare, increspato di sogni e di spettri, invidiavo molto, allora, quei nidi tra gli aghi di pino che dall’alto delle scogliere si sporgevano e si dondolavano senza angoscia e paura”.

Si tratta dell’attacco del romanzo Passaggi (breve, appena 125 pagine) del ventottenne Igor Patruno, alla sua prima prova narrativa, eppure si direbbe già immerso nel folto delle ipotesi e delle allusioni che in genere fanno il nerbo di una lunga esperienza prospettica in fatto di romanzo. Infatti, ciò che fin dall’inizio colpisce nel labirintico discorso narrativo portato avanti da Patruno è che la pulizia e l’abilità della scrittura, l’ammiccante contraddittorietà dei personaggi e le risonanze per le vie interne di uno spiritato e obliquo gioco meta-romanzesco, non diven­tano mai l’occasione di una vetrina narrativa o lo spiegamento di un “io” che molto italianamente monti in cattedra per uno show ideologico-culturale.

Riccardo Reim legge “Passaggi” al Teatro dell’Orologio
Rossella Or legge Passaggi al Teatro dell’Orologio

Certo, il bisogno di rifrazioni esiste: tanto che la maggior parte del racconto viene condotto da una ragazza, Cecilia, in prima persona, anche se in un lungo corsivo è il romanzo stesso ad alternarsi come “io”, mentre un terzo, Federico, sta sui fondali tra la nostalgia e il ricatto, ad ulteriormente ingorgare e infiammare le menti della coppia originaria già sufficientemente tesa nel ghirigoro di una crisi che, per altro, non pare mai dissociarsi dalle ragioni delle azioni e dei dolorosi occultamenti. I luoghi della narrazione sono inizialmente una villa al mare semi-diroccata, poi la tetra città della violenza anni Settanta in cui la decisione di scrivere e girare un film intorno a un misterioso scrittore Alberto D. non fanno che moltiplicare il gioco degli specchi e aggiungere, entro il già pattuito meta-romanzo, l’inserzione, entro una voluta cornice, di una specie di trompe-l’oeil che sembra avere il compito di dissociare, o esasperare, il gioco dei sentimenti che comunque viene consumato su una scacchiera truccata.

Ecco questo potrebbe essere un buon inizio! Sembra un inizio, almeno. In realtà non è che una fine, una delle tante, e solo per questo pare un inizio. Immediata­mente la storia scivola all’indietro. Ruzzola giù“. Qui, lampante, un esempio meta-romanzesco, rapportato alla cinepresa: “Frattanto la cinepresa, abbandonata la stanza, vaga non vista per la città soffermandosi però in una serie di lunghe inquadrature“. Ma sono, passaggi di questo tipo, soprattutto maliziosi e ambigui supporti di un mondo di sensazioni e sentimenti che si snodano come il percorso di un duodeno, sensitivi e acidi, sempre sul punto di spappolarsi. “In realtà qualcosa rammentava. Un odore. Quello di una giornata di sole capitata chissà come nella sequenza grigiopallida di tutta una settimana. Un odore di fiori e di terra. Ed insieme all’odore anche un volto“. E , in frasi come queste, s’innesta un intimismo associazio­nistico che apparentemente fa a pugni con la violenza interiore dei rapporti interpersonali e con la morbosa crudeltà delle immaginazioni amorose, ma che a mio avviso – e qui sta uno dei punti di novità notevole di Passaggi – riesce a creare uno sfuggente e grumoso impasto coloristico, intriso di indiretti riferimenti psicanalitici ma anche dell’orrore e della pena di non poter fissare un discrimine tra reale e immaginario, tra desiderio e rifiuto e forse, più di ogni altra cosa, tra morte e vita.

Difatti in questo romanzo che si muove tra la nostalgia, l’immaginario, la tenerezza e la violenza, pare costan­temente serpeggiare un muto dialogo intorno ai segreti passaggi tra morte e vita, ai gangli sotterranei che collegano due manifestazioni ai poli estremi che poi si uniscono in un gesto, un accenno di coito, nel modo coatto in cui si finisce per essere imprigionati in una stanza. Inoltre nella morte raffigurata da Patruno esiste un pullulare di vite mancate che sta diretta­mente nella reale capacità di suggestione del romanzo, lontano dagli effetti, vicino a un possibile nucleo. Ed è in questo contesto che si può leggere un paragrafo quasi alla fine del libro: “Progressivamente sto perden­do la capacità di localizzare i ricordi nel tempo e dei vuoti pallidi vanno prendendo il posto dei volti, dei gesti e delle parole che, credo, mi siano appartenuti “. Perciò, almeno embrionalmente, una parentela esiste con un altro narratore della nostalgia e della dissociazione emotiva. Parlo di Francis Scott Fitzgerald, di cui la celebre chiusa di uno dei pochi romanzi “perfetti” del novecento dimostra che l’apparente vaghezza nostalgi­ca dello scrittore americano è invece il nocciolo di quanto si dimostra “ineffabile”, o indicibile, in un secolo in cui violenza, contraddizione e schizofrenia sono stati i nostri scomodi compagni di viaggio.

L’ultima pagina della recensione di “Passaggi”, scritta da Aldo Rosselli nel 1983 con la sua Lettera 22 nella casa romana di piazza in Piscinula

Gatsby credeva nella luce verde, nel futuro orgiastico che anno dopo anno regredisce davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma ciò non ha importanza – domani correremo più velocemente, allungheremo di più le braccia …. E un radioso mattino… Così procedemmo, barche controcorrente, riportati senza fine verso il passato“. La citazione fitzgeraldiana tocca, almeno obliqua­mente, il flusso della prosa di Patruno, in quanto anche l’autore di Passaggi ha individuato in questi italianis­simi anni di crisi un cuore pulsante che sta nascosto tra le pieghe della burocratica brutalità e che alona i gesti dell’amore, o anche della pura sopravvivenza, di una fragile cristallinità attra­verso cui, soprattutto, si riesce a individuare la voce narrante, la perspicace continuità, pur nel frammen­tismo terremotato della crosta esterna della realtà, nel percorrere, non diversamente che in una moviola, i diversi punti di fuga, il continuo alternarsi dei piani, volti e oggetti, che per un istante vengono messi a fuoco per poi dissolversi in un secondo piano sgranato e improbabile.

Ma, per dare un altro esempio del continuo alternarsi tra ciò che si snoda sulla pellicola e il fragile reticolo dei sensi di Cecilia, l’io narrante; “Il bianco e nero così pieno di contrasti della pellicola aveva preso a fare gocciolare il mio cervello costruendo cerchi d’acqua che si allontanavano sempre più da quel posto. Si trattava di una distesa di liquido completamente immobile, color giallo rugginoso. Quel luogo l’avevo sognato spesso, ero poco più di una bambina. Un uomo scendeva all’improvviso da una barca fino a quel momento nascosta. Si avvicinava sorridendo, e mi spogliava carezzandomi i piccoli seni“.

Un esempio accattivante – ma che trova parecchi altri punti di assonanza sparsi per le pagine del romanzo -della tecnica di totale “contemporaneità” di Patruno, nel senso di una quasi maniacale insistenza sul fatto di un perfetto e globale travaso tra tecnica, oggetti, sensazioni e memoria. È per questo che la narrazione può fare a meno di parecchi tra i marchingegni più usati, e usurati, della recente tecnica romanzesca, tra cui il flashback, la strutturazione rigida del tempo e la delimitazione precisa di campo tra un personaggio e l’altro. Ancora più interessante, tuttavia, è il fatto che questa “magica” fluidità non equipara Passaggi a un qualsiasi prodotto da laboratorio neosperimentale, col suo inevitabile dispiegamento didascalico, bensì ne fa qualcosa di simile a un lungo, ininterrotto tesissimo rischio, della parola e del sentimento.

Ed è proprio la nozione di rischio che, nel fiorire di uno stanco mercato letterario, individua nettamente Passaggi e, pur ponendolo decisamente come romanzo generazionale, lo strappa da un troppo riconoscibile contesto catalogatorio e stagionale. Infatti il rischio assunto da Patruno è quello di voler testardamente salvare il suo romanzo dai salvagenti della scrittura e del cosiddetto sistema dei segni, tessendo alle spalle di lingua e parole un fitto quanto ossessivo, e spesso delirante, ordito di sentimenti e di impossessamento dei sensi. Ed è questo inedito erotismo dell’autore, uno scandalo del tipo stendhaliano, quando l’autore de Il rosso e il nero diceva che far entrare la politica nel romanzo equivale a sparare un colpo di pistola in una sala da concerto. Né vuole essere un bisticcio affermare che è appunto una politica dell’erotismo e dell’amore che Patruno fantasmaticamente fa circolare sotto la pelle dei suoi personaggi e addirittura proiettandola negli snervanti e allusivi paesaggi marini e metropoli­tani entro cui si esercita il peculiare connubio tra corpi e memoria che riesce sempre a tenere il lettore sul chi vive.

“Passaggi”, riedito nel 2012 da edizioni fahrenheit451

Ma a questo punto vorrei tornare al punctum dolens del romanzo anni Ottanta attraverso un’ultima citazio­ne da Passaggi.

Sono tornata nella grande casa sulla scogliera. Guardo il cielo da una finestra. Probabilmen­te sto ancora recitando, è difficile dirlo perché ormai la voce ha occupato tutte le mie cellule, trasformando il corpo in un suo strumento. Continuo a sentire anche altre voci. Vengono dall’esterno, la mia razionalità mi costringe a pensare che pure quelle appartengono a me. Ma a volte non ne sono certa“.

In un certo senso questo paragrafo è una perfetta istanza del punto nodale di ciò che in forma di romanzo si tenta di esprimere in questi anni così refrattari ad altri messaggi che non siano mera informazione. E, contenendo il luogo deputato della voce recitante e del doloroso dubbio tra interno e esterno nel senso della provenienza delle voci e quindi della realtà, esso ha il coraggio di non trasformare il dilemma in un’esercitazione stilistico-letteraria. Le voci di cui parla Patruno sono, mi sembra, le ipotesi incarnate del romanzo, cioè la fiducia, nonostante tutto, che anche nella dislocazione dei sentimenti e nella definitiva perdita cui porta il delirio si può, invece di costruire alibi per la critica più aggiornata, continuare a costruire plots in cui si agitano personag­gi dotati di sangue e cellule (e appunto di cellule parla spesso Patruno), proprio come poté avvenire per D.H. Lawrence, per il quale anche certe “aberrazioni” come la “comunione del sangue” non costituivano nient’af­fatto simbolo o mito, ma assai più semplicemente la materia plasmante, pur nell’estremizzazione, del ro­manzo. Né si può parlare, a questo proposito, di romanticismo, dal momento che proprio in questo salto di qualità, da struttura linguistica a passionalità delle forme – in Musil, Joyce, Schnitzler, Faulkner, Fit­zgerald – sta l’amalgama da alchimia novecentesca che, nonostante i pianti o gli errori delle industrie culturali, fa sì che il romanzo coincida coi modi d’illusorietà della nostra esistenza reale e riesca ancora a reperire i suoi pur disincantati lettori. E in Passaggi di Patruno c’è una chiara indicazione di svolta nel grigiore di questa prima parte degli anni Ottanta, e c’è soprattutto il coraggio, finemente mediato, di aver scritto un romanzo estremamente suggestivo e arri­schiato quando per i vari committenti della nostra cultura e industria culturale bastava – e forse occorreva – fare assai di meno, cioè aggiungere un prodotto ben confezionato alla quasi infinita catena di anelli da supermercato del manierismo.

di Aldo Rosselli

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