L’«incursione» di Carlo Carabba sulla «Lettura» di domenica scorsa reca nel titolo il motto Liberiamo la poesia, con il quale concordo di slancio. Con il resto, meno. In sintesi: Wislawa Szymborska (un quarto d’ora dedicatole da Saviano il 5 febbraio a Che tempo che fa) è in testa alle classifiche; ergo la poesia — se «si capisce e commuove» — può vendere; ergo (?!?) dàgli a Sanguineti e ai Novissimi, che bandiscono «il significato» e «l’io» e dàgli a Ostuni che nella prefazione ai Poeti degli Anni Zero (appena ripubblicati in volume da Ponte Sisto) aborre «il sentimento come la peste» e propugna una poesia che «non piace a nessuno» (ma che senza distribuzione è in seconda edizione; virgolettati di Carabba non di Ostuni).

Liberiamo la poesia, certo! Liberare qualcuno — il lettore vorrà concedermi — implica modificarne la condizione. Qual è la condizione della nostra poesia, se ne prendiamo le principali incarnazioni: la collana «bianca» Einaudi e lo Specchio Mondadori? A parte il bel lavoro sugli stranieri (e su italiani ormai classici: Balestrini, Zanzotto ecc.), nella quasi totalità i nuovi poeti italiani in esse ospitati seguono l’aureo precetto carabbiano, «si capiscono e commuovono»: indicazione legittima che, se elevata a must, dipinge (e crea) un pubblico di ricettori passivi, incapaci d’interpretazione, interessati alla mera catarsi espulsiva delle proprie emozioni. Un capire e un commuoversi innati e immodificabili, dobbiamo dedurre: assurdo, se si pensa alla diffusione di tanta «oscura» e «gelida» arte contemporanea. Ecco: sono quelle collane ad arrivare nelle librerie, con Carabba (Mondadori) in testa (e alcune sequenze non memorabili: «Ho lasciato che il dolore mi sperdesse / come il vento la neve sulle ali / di un aereo»; «e ho amato, quanto ho amato, e adesso sono solo»: giù lacrime!) e tuttavia la poesia continua a non vendere. Finché arriva la grande (lei sì) Szymborska, Nobel nel 1996 — o Tranströmer, Nobel 2011, prova provata, nella sua austera borealità, che la poesia può vendere anche senza immediatezza. È solo Saviano? È solo il Nobel? Preferisco pensare che per quei due poeti sia anche valso quel che scrisse Giuliani nella prefazione ai Novissimi: «Si deve poter profittare di una poesia come di un incontro un po’ fuori dall’ordinario». E in modo fuori dall’ordinario trattano esperienza e linguaggio i Poeti degli Anni Zero: sempre con rigore, senza inseguire né l’oscurità né le vendite (è un difetto?) e senza timore di ricevere la «qualità dai tempi», i tempi di oggi: né quelli di Sanguineti né tanto meno quelli di Pascoli, che non meritano la rovina dell’epigonismo. Si chiamano Annovi, Biagini, Bortolotti, Calandrone, Frene, Giovenale, Inglese, Marzaioli, Pugno, Riviello, Sannelli, Ventroni, Zaffarano: leggeteli e sappiatemi dire se «rifiutano l’io» o ne offrono personali reinterpretazioni; se «negano il significato» o hanno l’umiltà di «sedere al tavolo dei linguaggi» contemporanei e non arroccarsi nella tradizione; ditemi se reagirete — io ci scommetto — con meraviglia e vera liberazione o invece con formidabile noia, come quella che si prova, da adulti, scorrendo certe innocue e lamentose filastrocche.

Fonte: LA LETTURA, DOMENICA 18 MARZO 2012

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