C’è una verità universalmente riconosciuta da tutta l’industria culturale: in nessun modo, in nessun caso, un libro di poesia può sperare di vendere più che qualche copia. Eppure due settimane fa il primo posto della classifica dei libri più acquistati era occupato da La gioia di scrivere (Adelphi), la raccolta di tutte le poesie di Wislawa Szymborska. Un dato influenzato in modo determinante dalla morte dell’autrice e da benemeriti omaggi televisivi. Ma le circostanze non bastano a spiegare l’improvvisa popolarità della Szymborska su un numero tanto vasto di lettori (ora che è scesa dalla vetta non dobbiamo aspettare che la poesia si affermi ogni morte di Nobel). L’impressione è che, rotto un muro dovuto alla mancanza di informazione, molte persone, avvezze alle librerie ma non agli scaffali di poesia, abbiano trovato un poeta capace di incontrare a pieno il loro gusto accogliendo la novità con entusiasmo. Perché i versi della Szymborska hanno un pregio che spiazza e sorprende il lettore: si capiscono e, spesso, commuovono. E per quanto comprensibilità e forza emotiva siano dei requisiti piuttosto modesti che potrebbe esser lecito attendersi da ogni opera letteraria, la poesia contemporanea aveva abituato il lettore a una perplessità annoiata, cui seguivano scuse infastidite: «Mi dispiace, io la poesia proprio non la capisco». A un’obiezione del genere Edoardo Sanguineti, sprezzante come suo costume, replicò: «Non mi capiscono? Che studino!». Bene. Studiare cosa? Verosimilmente dei saggi firmati da esperti che mostrino e dimostrino che Sanguineti è il massimo fra i poeti. Così, secondo la critica post-avanguardista, eliminato il giudizio di gusto mi piace/non mi piace, la possibilità di valutare una poesia segue il possesso di regole rigide e inconfutabili, di competenze iniziatiche, criteri pseudoscientifici e autoreferenziali. Scorrendo l’introduzione ai Novissimi (l’antologia del 1961 con versi di Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Nanni Balestrini e Elio Pagliarani precorre l’esperienza del Gruppo 63) si nota che i bersagli polemici dei neoavanguardisti sono principalmente due: una lingua che abbia la pretesa (ingenua) di significare qualcosa e la malaugurata tendenza dei poeti a parlare di sé. E ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, l’odio per la lirica non si è affievolito, come mostra, ad esempio, la prefazione di Vincenzo Ostuni all’antologia da lui curata «Poeti degli anni Zero» (numero della rivista «L’Illuminista» diretta da Walter Pedullà, tra i 13 poeti antologizzati Elisa Biagini, Andrea Inglese, Massimo Sannelli, Sara Ventroni): l’unica poesia degna è quella che Ostuni chiama poesia di ricerca o poesia fuori del sé, cioè una poesia che decostruisca il linguaggio e fugga come la peste il sentimento. Quest’attitudine favorisce la fioritura continua di una poesia che, pur ripetendosi da mezzo secolo, ama dirsi sperimentale e rifugiandosi nella maniera, barricata dietro formule e slogan, non piace a nessuno tranne che a pochi esperti. Il caso della Szymborska mostra che per la poesia esiste ancora un pubblico possibile e appassionato: purché chi scrive si sottoponga al giudizio del lettore, senza invocare la sospensione del giudizio per chi non è un tecnico della materia.

Fonte: la Lettura, n.17, domenica 11 marzo 2012

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