C’è stato un tempo nel quale in certi quartieri periferici di Roma la vita si svolgeva come in un borgo. La gente condivideva dicerie, fatiche e povertà con ostinata leggerezza e i ragazzini giocavano nei cortili e nelle strade (talune ancora libere dal peso dell’asfalto) immaginando rigagnoli come fiumi esotici e cancelletti come ingressi di castelli.

Non sembrava stravagante aprire la porta di casa e bussare alla vicina per chiederle uno spicchio d’aglio, o più semplicemente per farsi offrire il caffè e scambiare due chiacchiere.

Le serate d’estate trascorrevano lente, con la gente che si portava la sedia fin davanti l’uscio di casa e sedeva a parlare con il dirimpettaio; le sere d’inverno erano scandite dalle prime trasmissioni televisive di successo e dal freddo appena stemperato dal fuoco delle stufe a legna.

Era quella un’Italia sospesa  tra povertà e risveglio economico. C’erano le baracche, accostate agli archi dell’acquedotto Felice come casette di un presepe improbabile, schiere di palazzoni tutti uguali a contendere spazio ai prati ed agli orti e cieli di gru altissime tra scheletri di edifici in costruzione a contornare il profilo di piazze ancora senza nome; c’erano i calzolai e gli arrotini, i fabbri e i falegnami, c’erano le osterie e le latterie, luoghi di aggregazione dove giovani ed anziani trascorrevano interminabili giornate a giocare con le carte napoletane, o, quando lo spazio e l’occasione lo consentiva, ad improvvisare feste danzanti. Ma sopraogni altra cosa c’era un forte senso di comunità, un calore umano che avvolgeva speranze e stanchezze, giochi e litigi, amori e amicizie.

Torpignattara era abitata in prevalenza da operai edili e da stradini e la mattina presto li si poteva incontrare davanti al bar d’angolo con la via Casilina ad attendere gli autobus o i camion delle ditte per cui lavoravano.

Alla Certosa abitava una vasta comunità di marchigiani, anch’essi impiegati nell’edilizia.

Al Quadraro la gente aveva impieghi più variegati e si andava dal postino, al messo comunale, dall’operaio al ferroviere. In ogni caso le strade di quei quartieri la sera, poco prima dell’ora di cena, brulicavano di gente che tornava a casa, che si salutava e si fermava volentieri a raccontarsi un aneddoto, un accadimento più o meno rilevante, insomma a parlare.

Non si trattava di un mondo idilliaco, le contraddizioni sociali ed economiche di un Paese attraversato da profonde trasformazioni erano tutte là, nella vita di quella gente che aveva vissuto il dramma del conflitto mondiale, dell’occupazione tedesca e della deportazione in Germania, che si era trasferita nella capitale scendendo da paesini sperduti sull’Appennino e che si riteneva fortunata quando riusciva ad arrivare alla fine del mese con il proprio stipendio.

Si avvertiva anche in quei quartieri tutto il peso degli scontri politici che caratterizzarono gli anni ’50 e ’60. Il PCI ela DC avevano un forte radicamento popolare e si contendevano il consenso diffondendo i loro strumenti di propaganda. I militanti del Partito Comunista vendevano l’Unità agli angoli delle strade, mentre quelli della Democrazia Cristiana offrivano il Popolo assieme a Famiglia Cristiana all’uscita delle chiese.

Roma, da allora, è cambiata tante volte e anche quei tre quartieri “popolari” e “periferici” sono divenuti altro. Intanto la capitale ha esteso i confini della sua “periferia” molto più in là. Poi tante famiglie sono andate ad abitare in altre zone della città. Così che il tessuto sociale stesso della Certosa, di Torpignattara e del Quadraro è mutato profondamente. E tante attività commerciali e artigianali sono scomparse, sostituite da quelle aperte e gestite dai nuovi protagonisti. La presenza di immigrati appartenenti a varie etnie è divenuta sempre più consistente e percepibile, soprattutto alla Certosa e a Torpignattara.

L’idea di realizzare un libro fotografico è nata proprio dalla volontà di “raccontare” cosa sono oggi questi tre quartieri della periferia sud est di Roma.

Ma non si tratta di un reportage fotografico di taglio documentaristico. Federico Gnoli ha realizzato le foto percorrendo per mesi le strade dei tre quartieri, incontrando e parlando con la gente, entrando nelle abitazioni e nei negozi di chi gli ha offerto ospitalità e disponibilità. Quello che ne è venuto fuori è stato un lungo ed appassionato viaggio dentro una realtà complessa e densa di vita.

Un racconto per immagini appunto.

dall’introduzione di Igor Patruno

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